Madama Catapulta, da mesi abbandonata, sonnecchiava annoiata nel laboratorio del Crocifisso, quando, all’improvviso, la porta si aprì facendola sobbalzare per la sorpresa: erano i suoi mastri artigiani che con la consueta baldanza e ilarità si stavano mettendo di nuovo all’opra.
La grandiosa Catapulta, signora di tutte le macchine da guerra, fu tosto presa da sgomento e trascorse i giorni successivi a spiare di sottecchi i suoi fattori in trepida attesa, perché mai avrebbe sopportato che quelle sapienti mani dessero vita ad una creatura di lei più bella e ambita.
Il suo smarrimento si trasformò presto in delizia quando vide prender forma il maestoso e vigoroso Carrobalista. Da quel momento mai più sola sarebbe stata e senza troppi convenevoli si concesse, con ardore, al novello amante fin dalla prima nottata.
Intanto fervevano i preparativi e in ogni angolo del borgo si potevano scorgere i segni di quello che sarebbe avvenuto nei giorni successivi. Laterina era trasformata in una grande fucina in cui agli strumenti da lavoro si univano le voci di chi faticava e di chi soltanto guardava, perché troppo impegnato, come al solito, a dar suggerimenti, critiche e consigli sotto forma di bisbigli.
Mentre le chiarine e i tamburi giocavano a rispondersi da una parte all’altra del castello, la cera veniva sciolta lentamente nel rame infuocato e i bracieri aspettavano ardenti che il liquido vi fosse versato.
Le guardie forgiavano chiassose le armi sonanti al fuoco tremolante della fiamma e i nostri arcieri approntavano faretre e ornavano i dardi con preziose piume di struzzo. Tante, infatti, ne avevano perse in quei dì gli splendidi pennuti dal lungo collo del casato dei Falchi e se qualcuna mancava, sempre chiedendo prima venia all’uccello legittimo proprietario, dolcemente la si staccava.
Da un’altra parte si tagliavano i tessuti, il broccato e si cucivano le vesti che tutti orgogliosamente avrebbero portato.
Chi si trovava a passar davanti al teatro dalle voci della Compagnia Monti era allietato e non poteva trattenersi dal fermarsi incantato.
Memori dei disguidi dell’anno prima, la bandiera veniva prontamente issata sulla torre Guinigi e lasciata libera di seguire il vento senza alcun impedimento, ma tanto si divertiva la sciagurata, da piegare anche la canna di bambù su cui era innalzata. Si dilettava a fare il girotondo con un fare errante e vagabondo, ma quando udì i primi rumori della festa rialzò altera la testa.
Finalmente anche lo scheletro sprezzante del disgraziato messo alla gogna l’anno scorso fu ricomposto e costretto al suo posto, dopo che per mesi interi, sparso a pezzi per le case, aveva terrorizzato chiunque vicino gli fosse capitato. L’ignobile aveva preso anche la muffa e urlava: “son di pane, è una truffa!”
Per chi fortemente la voleva già festa era e non c’era cosa migliore che trascorrere quelle calde serate in compagnia dei compaesani, per le vie tanto amate.
Il giovin signore che passò notti insonni temendo la mancanza di avventori si dovette presto ricredere perché non appena nelle vallate circostanti riecheggiarono il rullo del tamburo e il dolce suono della chiarina, tutte le genti si misero in viaggio per l’antico borgo di Laterina.