La Festa

In quei tre giorni, suoni, colori, profumi, sapori antichi, ma sempre nuovi, inebriavano dei locali i cuori e insieme all’allegria si respirava anche un po’ di giocosa follia. Lasciato dietro le spalle il tormento si pensava solo al proprio godimento.

All’osteria del Ghianderino Madonna Laura , Madonna Cristina, Messer Picchioni e Messer Luciano Piantini, ci sollazzavano con i loro appetitosi piattini. Il fumo delle griglie ricche di carni di maiale saliva fino alle finestre delle case e senza provar troppo turbamento c’era chi esponeva il pane perché ne prendesse il sapore e il condimento.
A causa dell’osteria numero uno, al casino un c’era più nessuno, eran tutti da Busica col bollito che ci faceva leccare il dito.
Il lampredotto anche dai Signori del Castello era considerato un piatto troppo ghiotto e abbandonando, in tal caso, i costumi del Medio Evo ne facevano indigestione senza alcun rimedio. Madonna Righi, facendo invidia ai migliori trippai fiorentini, continuava a cucinarne a chili per riempire tutti i panini.

Le guardie e gli arcieri marciavano fieri accompagnati dai tamburi, dalle chiarine e da uno strano spiritello, che saltellando di qua e di là, metteva le mani ora su questo e ora su quello.

Il XXVIII luglio si aprirono le porte del castello e si chiamarono tutti dentro.
Questo era lo giorno della grande conferenza che i ragazzi del Telaio avevano preparato con tanta diligenza. Dopo scene di battaglie medievali commentate con voce ferma e preparata, fu il Principe del Gran Consiglio di Toscana a concludere la serata. Giunto con il cavallo blu per l’occasione, il Nobil Signore, provocò con le sue parole, negli astanti una forte emozione.
All’improvviso comparvero anche due streghe e quanto la cosa fosse gradita non si sa, visto che si continuava a farle spostare di qua e di là. Chi le voleva più su, chi le voleva più giù, alla fine si misero a metà borgo e non ci pensarono più. Una leggeva gli Arcani Superiori, l’altra le Nordiche Rune, parlando del presente e assicurando per il futuro di tutti immense fortune.
I teutonici mercanti, provenienti dalle terre del Barbarossa, per tutta la durata dei festeggiamenti lavorarono senza sosta. Alla curiosa domanda “Ma te di chi sei, cittino?” gli alemanni rispondevano offrendo un boccale di birra e facendo l’occhiolino. La cervogia con il miele le differenze di lingua e le diffidenze varie fece tosto superare ed era un piacere finire le serate con i tedeschi, in giardino, a bisbocciare.

Il XXIX luglio fu lo giorno dello giuramento dei Cavalieri dell’Ordine del Leone Rampante che, di ritorno da guerre perigliose e strane, promisero che mai più dal suolo natio si sarebbero allontanati e avrebbero così difeso la libertà del popolo di Laterina e degli altri casati.
Questi cavalieri con la spada ritta davanti al potere spirituale, alle dame aulenti e  ai cavalieri ardenti gridarono un “Lo giuro!” da far tremare tutti i presenti.
Erano giovani, belli e forti e a chi chiedeva se davvero fossero tutti dell’ambìto castello con alterigia si rispondeva: “Son tutti nostri, son tutti nostri!”
Intanto prendeva il via il ben apparecchiato banchetto e tra i giocolieri di strada, i saltimbanchi, i buffoni, i menestrelli, i giullari raffinati e i pericolosi e sensuali combattimenti con le spade, si beveva il vino schietto e si gustava il mangiare.
Messer Culigia, preso a tradimento, era costretto a cantar stornelli per il nostro divertimento, ma non fu poi una gran fatica, visto che anche a lui la cosa era gradita!
Troppe portate v’eran da trasportare e i coraggiosi servitori si son proprio dovuti sfiancare. Pronti a dare una mano anche alle osterie questi temerari erano il fulcro della festa, meritavano, dunque, grandi onorificenze ed era difficile tener loro testa.
“Il cantico dei cantici” rappresentato in maniera sopraffina dalla compagnia di Sarteano ci ricordava, in mezzo al baccano, che anche mitezza e gentilezza fanno grande il genere umano.
Quando i più cominciavano a ritirarsi nelle loro dimore, le guardie del castello andavano a far passare la notte altrove, per poi cadere sfinite, senza alcun pentimento, nel loro accampamento. Delle tende erano state, infatti, per loro costruite, da menti ingegnose e ardite.
E il padre che non aveva udito rientrare il figlio, l’indomani fu mandato a cercarlo in quel fantastico giaciglio.

Il XXX luglio fu un giorno davvero speciale, ma questo lo sanno meglio i bambini e sarebbe meraviglioso dalle loro vocine farcelo raccontare.
Oh che bello veder gli arcieri, impegnati nel torneo, colpire l’aquila al cuore e far centro evitando l’ascia dello strano marchingegno!
I piccoli con gli occhi sbarrati, stupefatti e attenti, seguivano il volo dei falchi che dai tetti dei palazzi che si affacciano sulla piazza, si gettavano in picchiata fino a sfiorar loro la faccia.
I mangiatori di spade, i giullari mangiafuoco e i trampolieri barcollanti facevano urlare di gioia tutti quanti.
Strattonando i genitori esausti, questi simpatici marmocchi, a giocar dal Righi si facevano portare e tra barattoli e freccette si dilettavano facendo delle buffe faccette.
In fine lo spettacolo della Serratura che con i bimbi ci sa fare e non ne ha paura.

Di botto, poi, tutto si è fermato, perché “ubi maior minor cessat” e si è lasciato spazio alla Compagnia Monti e al suo fantastico teatro. Si rappresentava la istoria d’amore di Diletta e Taddeo, conclusasi tragicamente, perché due parti l’un contro l’altra armate, si contendevano lo potere, amaramente. Per fortuna che un girotondo di bambini portava una luce di pace sui nostri destini.

Al tiro delle macchine da guerra si arrivò con troppa eccitazione e forse per la stanchezza, forse per l’eccessiva passione qualcuno non riuscì a frenare il proprio spirito in ebollizione.
In una danza quasi dionisiaca, inebriati dalle grida delle guardie e dal rullo dei tamburi, Madama Catapulta e Messer Carrobalista dettero prova della loro perizia.
Visto il giuramento dei cavalieri e il patto stretto con il vero Signore di Laterina, Massimo Gennai, che tanto aveva insistito per proteggere il borgo che gli ha dato i natali, non è stato possibile puntare le macchine verso Ponticino e questo, in realtà ci è dispiaciuto un pochinino.
Ormai la festa era giunta alla fine e già si sapeva che la notizia del suo successo si era sparsa per tutte le vicine colline.
Eccoci di nuovo a ringraziare tutti coloro che hanno lavorato con costanza e serietà per la buona riuscita di questa manifestazione. Secondo i più anziani, un ringraziamento particolare meritano tutti i giovani, perché è proprio nel vederli tutti insieme a trafficare e nel notare i loro occhi limpidi e felici, che questi hanno trovato la forza di rimettersi a lavorare.

Quindi, cari, gaudeamus igitur, iuvenes dum sumus, bibemus bonum vinum et continuiamo a lavorare per questa festa tenendo sempre alta la testa.
Il festival medievale è nato sotto una buona stella che anche questa volta ha brillato su di noi lucente, sicura, libera e bella. I forti temporali provenienti dalle terre del Nord si sono arresi alle imponenti torri del nostro castello e in molti sono venuti a baciare il suolo del nostro avito ostello.
Così è stato e così sia, ci dispiace solo per chi non ha voluto godere della nostra compagnia.
E contro chi “gufa” e non accetta questa verità, ragazzi forza, mano sinistra sui gioielli di famiglia, terque, quaterque et mala factura per sempre pulsa sarà.