Laterina e la Gioconda

UNA DIVERSA, PIU’ ATTENTA (QUESTO IL NOSTRO CONVINCIMENTO), SPIEGAZIONE-INTERPRETAZIONE CIRCA IL DISCUSSO PAESAGGIO RIPRODOTTO NEL QUADRO LEONARDESCO DE “LA GIOCONDA”

(ovvero l’annosa questione del ponte romanico, ma non solo, che compare alle spalle di Monna Lisa) 


In conseguenza del reiterato insistere (sull’argomento hanno speso il loro non comune credito qualificati organi mediatici e la cosa ha coinvolto perfino la stessa rete d’internet, al punto che negli ultimi tempi la questione sembra essere diventata una sorta di “leit motiv” da permanente salotto televisivo) sulla dibattuta faccenda che vuole il paesaggio riprodotto nel quadro più famoso del mondo essere ora quello ora quell’altro, prevale in tal senso l’indirizzo che accredita in “pole position” il ponte romanico della località aretina di Ponte a Buriano.

Va detto che al riguardo non mancano, nel rispetto della migliore tradizione del ns. Bel Paese, ridicole assurdità che addirittura vogliono lo sfondo del quadro de “La Gioconda” riprodurre zone del lago d’Iseo.

A fronte di questo rutilante turbinio d’affermazioni, i componenti dell’Associazione Culturale “La Rocca” di Laterina (AR), e segnatamente la persona del Signor Gragnoli Massimo (esponente di spicco dell’Associazione, nonché apprezzato archeologo dilettante, che nella per niente facile circostanza è stato fattivamente affiancato da altri soci come Stefano Margiacchi, Beppino Baglioni, Filippo Gennai: e questo per citarne solo alcuni) hanno ritenuto doveroso intervenire, in linea coi fini culturali del’Associazione, sul delicato problema, per tentare di dimostrare che quanto finora asserito in merito al paesaggio della “Gioconda” non risponde affatto (questo il sommesso parere dell’Associazione stessa) a verità e che la stessa potrebbe essere davvero di altro segno.

Al lavoro svolto dall’Associazione Culturale “La Rocca” ha inteso affiancarsi il Dottor Anselmo Rondoni, nativo di Laterina, assiduo frequentatore dei luoghi natii e che costituiscono oggetto del paesaggio leonardesco.
Il Signor Rondoni è un ex Ufficiale Superiore di Marina ed il suo contributo, soprattutto per ciò che attiene gli angoli (verticali ed orizzontali) relativi alla prospettiva del quadro, sembrano essere tornati utili alla ricostruzione dell’ambiente che Leonardo ha scelto quale ideale cornice della sua più celebre opera.

Fatta questa stringata ma necessaria presentazione, passiamo all’esame dei fatti, non prima però di aver richiamato l’attenzione su una doverosa ulteriore premessa: il paesaggio della “Gioconda” costituirà ancora per tantissimi anni (c’è da crederlo) dibattuto argomento per svariate e variegate opinioni; siamo dell’opinione che ciò accadrà vuoi all’interno nel più qualificato ambito accademico vuoi nello spicciolo, quotidiano interesse della gente comune e forse nel tempo sarà perfino complicato giungere a certezze incontrovertibili.

Del resto è convinzione degli estensori di queste righe che la verità assoluta sul caso potrebbe aversi solo se: 

- tornasse in vita l’autore del dipinto (cosa la quale, ci si passi la facezia, non è assolutamente ammesso sperarci);
- fosse possibile reperire un documento inoppugnabile in cui l’autore indicasse in modo certo quale è stato il vero paesaggio a cui s’è ispirato nel contornare la figura umana soggetto principe dell’opera. Ma anche quest’ultima ipotesi appare ormai del tutto fantasiosa e remota, se si ha riguardo al fatto che nessun scritto relativo al genio di Vinci fino ad oggi reperito fa cenno alcuno neppure all’identità della “Gioconda” stessa.


Tentiamo ora di rifarsi alla ricostruzione (sorretti da logica, razionalità e, ci sia concesso, anche da un pizzico d’amor proprio, non disgiunto, perché no, da un corretto spirito campanilistico) dei tempi, dei luoghi e delle circostanze che possono aver effettivamente indotto il Maestro a scegliere-preferire per il suo celeberrimo quadro il paesaggio che tutti possono ammirare alla spalle di Monna Lisa e il quale, ai nostri tempi, costituisce parte del territorio del comune di Laterina nonché, in misura minore, quello di Pergine Valdarno.

Leonardo, è cosa cognita, si trovava in Val di Chiana fin dal 1502 per incarico del Duca di Valentinois (alias Cesare Borgia). L’incarico consisteva in studi topografici-ingegnieristici-idraulici-militari. La Val di Chiana era una malsana palude, senza nessuno sfogo alle sue stagnanti acque. Leonardo è altresì in Val di Chiana nel 1503, questa volta (caduto in disgrazia Cesare Borgia) per conto della Repubblica Fiorentina, retta (importante!) dal Gonfaloniere Pier Soderini. Il compito affidato a Leonardo dalla Repubblica fiorentina (leggi: dallo stesso Pier Soderini, anche perché, genio a parte, i due sono stretti amici di famiglia) è identico a quello già in precedenza conferito dal Borgia. La presenza di Leonardo in Val di Chiana negli anni citati ci viene confermata, ove ce ne fosse bisogno, dai suoi quadri conosciuti anche come “le vedute della Valdichiana” e al momento conservate nella Royal Gallery del castello di Windsor in Inghilterra, vale a dire di proprietà della Regina Elisabetta II.

Dunque l’autore della Gioconda si trovava in Val di Chiana sia nell’anno 1502 che nel successivo 1503. Operava sul posto per studi di rilievo che dovevano comportare continui sopralluoghi. Non era certo solo; doveva aver un’adeguata scorta di personale e disporre nell’occasione di tavole per disegnare, nonché del materiale necessario per fissare, “nero su bianco”, quanto veniva osservato o veniva impresso nella mente. Durante la permanenza in Val di Chiana Leonardo era quindi in grado di dipingere o abbozzare (su tele, tavole o altro oppure solo imprimersi nella sua fertile mente) paesaggi, figure varie e altre possibili fantasie. Non a caso gli anni 1502 e 1503 sono quelli in cui gli studiosi del settore fanno risalire l’inizio e la continuazione (non certo la sua definitiva conclusione) del celeberrimo quadro della “Gioconda” (in proposito si parla addirittura di sette velature o “mani” o strati di vernice che dir si voglia).

Ma in che modo Leonardo ritornava in Firenze dalla malsana e inospitale Val di Chiana? Vi erano due possibili e praticabili arterie e un solo genere di mezzo: il cavallo o il mulo. Le arterie erano: da una parte la Cassia Vetus (attuale strada provinciale Sette Ponti) e dall’altra il diverticolo che da Arezzo (o probabilmente dalla stessa Val di Chiana) congiungeva (prima) le colline di Pieve a Maiano e (dopo) dai poggi della località Impiano scendeva giù verso il fiume Arno, fino ad attraversare il fiume medesimo in località Valle, dove si trovava (e in parte si trova ancora) un ponte romanico a quattro arcate a basso sesto (o sesto scemo, che è poi lo stesso). Attraversato il ponte, il diverticolo si ricollegava alla Cassia Vetus dalle parti di Loro Ciufenna, dopo aver percorso la Valle dell’Ambra.

Torneremo su questi importantissimi riferimenti topografici, toponomastici e d’altro genere.

Riportiamoci ad Arezzo, ideale “capolinea” per Leonardo che desidera-deve ritornare periodicamente a Firenze. Da questa città l’entourage leonardesco poteva raggiungere la città del Giglio percorrendo anche, come detto, la Cassia Vetus, certo! Così facendo in località Ponte a Buriano (ossia a pochi chilometri di distanza da Arezzo) avrebbe percorso un ponte romanico del XII-XIII secolo dallo stile e forme identiche al suo quasi limitrofo ponte di Valle.

Però, esiste (ed esisteva) una sostanziale differenza tra il ponte a Buriano e quello di Valle. Il ponte a Buriano aveva (ed ha) qualcosa come cinque/sei arcate a basso sesto (di queste arcate oggi ne sono visibili solo quattro a causa dell’interramento avvenuto nei secoli e accelerato dall’invaso della diga idroelettrica della Penna). Invece il ponte di Valle di arcate ne aveva (fin dalla sua origine etrusca-romana e fino ai suoi rifacimenti del periodo medievale) soltanto quattro.

E il differente numero delle arcate dei due ponti non sarà l’unico elemento discriminante, ma lo stesso si dimostrerà essenziale per stabilire che (secondo noi) il ponte a Buriano non può essere quello riprodotto nell’opera leonardesca, a meno di liberi, fantasiosi stravolgimenti da parte dell’autore.

Fino ai nostri giorni si è variamente sostenuto che Leonardo avrebbe osservato il ponte a Buriano dalla elevata frazione di Quarata (altrimenti la prospettiva del dipinto andrebbe a farsi benedire). Ebbene sì, da Quarata si avrebbe la visuale spaziale corretta in fatto di altezza (200/250 mt. d’ elevazione), ma si dà il non trascurabile caso che da Quarata non è visibile il ponte: chiunque può verificarlo recandosi sul posto.

Per osservare il ponte a Buriano dalla collina di Quarata sarebbe necessario spostarsi in senso ortogonale lungo il dorso della collina stessa in direzione (ovvio) del fiume Arno. Così facendo si potrebbe giungere a intravedere il ponte a Buriano, ma l’altitudine d’osservazione s’abbasserebbe e allora ne risulterebbe falsato l’angolo prospettico che insiste sul piano verticale. Sempre stando sulla collina di Quarata, e ammesso che Leonardo possa in qualche maniera aver da qui osservato il ponte a Buriano, l’angolo di prospettiva sul piano orizzontale (o azimuth per chi s’intende di nautica) disegnato nel quadro farebbe cadere il punto d’osservazione non sul terreno della costa della collina di Quarata, bensì in aria (ipotesi semplicemente assurda per quelle epoche, in cui, questo e poco ma sicuro, volavano solo gli uccelli).

Sempre sul ponte a Buriano. sul dipinto della “Gioconda” il ponte in stile romanico ritratto presenta quattro arcate, mentre il ponte medesimo ne aveva (lo si ripete) addirittura cinque/sei (al riguardo è possibile consultare i disegni originali della costruzione conservati in Arezzo presso ben individuabili Enti pubblici).

Ancora: il ponte a Buriano s’“aggrapa” alle due sponde dell’Arno sopra un terreno del tutto pianeggiante (terreno che così è e, stiamone certi, così era nel 1502/1503), mentre nel quadro leonardesco le arcate iniziali e terminali del ponte partono da falesie che non esistono (né esistevano) nella località di Ponte a Buriano.

Inoltre la “balza” riportata sempre sul lato destro del quadro e di poco contigua al ponte, non fa parte dell’orografia della località Buriano, né si può immaginare che sotto questo aspetto le cose siano state così massicciamente stravolte nei secoli trascorsi.

Esaminiamo ora, rimanendo sempre in località Ponte a Buriano, la parte sinistra della “Gioconda”, vale a dire quell’area che lambisce l’omero e il lato destro di Monna Lisa. Qui spicca una serpentina ad esse rovesciata di marcato color giallo. La prospettiva di tale sinuosità è poi quella di una leggera discesa lungo il piano verticale della tela; la serpentina è realmente di quelle che possono confondersi per delle anse vere e proprie di un corso d’acqua. Ebbene questa sinuosità è stata individuata da frettolosi commentatori come la parte terminale del Canale della Chiana, che dai primi decenni del secolo XIX effettivamente sfocia sul lato sinistro dell’Arno e in località a valle limitrofa al ponte romanico.

A parere dell’Associazione “La Rocca” si tratta di una inesattezza dai contenuti macroscopici. Infatti il canale della Chiana sfocia effettivamente sul lato sinistro dell’Arno e a valle della località Ponte a Buriano, ma questo avviene solo da un’ottantina d’ anni a questa parte, ossia dopo le definitive bonifiche della Val di Chiana operate durante il periodo compreso tra le due guerre mondiali. Nel 1502 e dintorni la zona non era altro che la parte terminale di un acquitrino, che neppure la larvata bonifica tentata nel 1777/78 dai Lorena aveva irreggimentato a guisa di regolare fiume scolmatore d’acque stagnanti.

Pertanto la sinuosità riprodotta a sinistra della “Gioconda” non (diciamo non) può venire confusa con l’attuale foce del canale della Chiana. Giova poi ricordare che un genio come Leonardo non avrebbe mai commesso quelli che sembrano essere due marchiani errori (ove davvero si trattasse dell’ipotetico canale della Chiana): la foce e la parte finale di un corso d’acqua non possono essere rappresentati da una prospettiva verticalizzata, in quanto l’occhio umano non può che coglierli sul loro piano naturale: ossia quello orizzontale.

Un maestro com’era Leonardo non può bellamente aver commesso un simile strafalcione, anche volendo accettare il massimo della libertà interpretativa da parte dell’artista.

Altro particolare che merita un cenno è dato dal fatto che l’ipotetico “canale della Chiana” del quadro sarebbe stato colorato dal Maestro addirittura di colore giallo marcato, mentre l’acqua ha di norma ben altro tipo di cromatura. Eh, no! I conti proprio non tornano. E muovendo da queste grossolane discrepanze e del facile, licenzioso credito che alle stesse veniva accordato senza che in merito venisse mossa obiezione alcuna, che l’Associazione Culturale “La Rocca” ha sentito il dovere di rivolgere l’attenzione verso il proprio territorio e mercé “il fiuto” e l’esperienza acquisita in precedenza dalle persone citate nella introduzione è potuta giungere (almeno crediamo) a conclusioni le quali sarebbe presuntuoso definire esaustive dell’argomento, ma che di certo s’avvicinino di parecchio alla parola fine sulla vera natura del paesaggio che Leonardo ha scelto quale sfondo del più celebrato e famoso quadro del mondo.

Dunque l’artista si trova in Val di Chiana; non ci si sarà trovato una sola volta e nel corso di questi incarichi sarà dunque tornato a casa in Firenze in svariate occasioni. Da Arezzo (o dalla val di Chiana che ai nostri fini non sposta il problema) oltre alla citata Cassia Vetus si poteva raggiungere Firenze percorrendo (come ricordato) un diverticolo, il quale attraversava il fiume Arno in località il Romito, località quest’ultima facente parte della più ampia zona di Valle. La costruenda strada ferrata negli anni seguenti il 1860 e la realizzazione del percorso autostradale della A1, avvenuto soprattutto nel 1962, hanno definitivamente cancellato ogni residua traccia di questa via di comunicazione (l’esistenza della quale è tuttavia attestata-confermata da numerose mappe topografiche conservate nei vari archivi fiorentini).

Il diverticolo, lasciati i dintorni della frazione di Pieve a Maiano, proseguiva lungo i poggi della località Impiano per scendere, infine, verso il fiume Arno e interessare una discreta area della zona di Valle.

Proprio in uno di questi poggi (peraltro dirimpettai, ora come allora, al paese-castello di Laterina) denominato Caianello, in cui sorgeva un insediamento antico-religioso d’origine etrusco-pagana dedicato ad Ancharia, dea della ricchezza, della morte e in generale del destino degli uomini (negli anni ’70 nell’area vennero a lungo ritrovati frammenti di materiale fittile, e non solo, che confermavano l’esistenza della struttura descritta).

Siccome è risaputo che Leonardo non era quello che potremmo chiamare un fervente cristiano, nulla vieta di pensare che il genio nato in Vinci abbia profittato della struttura-edificio per effettuare una sosta (anche breve, ma sufficiente per poter ammirare l’orizzonte circostante) e da qui fissarsi sulla mente (o “abbozzare” su tela o su tavolozza) il paesaggio che dal poggio-collina di Caianello (alto sui 250 mt.) è possibile ammirare anche oltre il limite visivo offerto dall’antistante collina su cui sorge (e sorgeva nella sua invitante maestà medievale) il paese-castello di Laterina.
 
Dal poggio di Caianello Leonardo ha potuto, volendo, ammirare il ponte romanico di Valle (con ricorrente voce pubblica chiamato ponte Romito, per via di un’adiacente, tutto medievale, romitorio). Il ponte risale per certo all’epoca etrusca-romana (al punto che si ritiene essere stato attraversato dal condottiero cartaginese Annibale prima della battaglia del Trasimeno del 217 a.c.: i laterinesi infatti chiamavano diffusamente i resti del ponte stesso “quello di Annibale”) e lo stesso è stato nei secoli rimaneggiato, perché (sic!) soggetto a periodiche frane, dovute alla forte corrente fluviale del posto.

Stante i continui rifacimenti operati nel corso dei secoli, nel 1502/1503 il ponte aveva assunto le linee e le forme dei tempi: stile romanico, a quattro arcate a basso sesto e “aggrappato” a due falesie; esattamente come avrebbe potuto osservarlo (e come si può ancora osservare ai nostri giorni) Leonardo dal poggio di Caianello, con gli stessi, esatti angoli di prospettiva sul piano orizzontale, nonché su quello verticale.

Chiunque può spazialmente riconoscere tali angoli e confrontarli con la visuale che offre il lato destro della “Gioconda”. Oggi del ponte romanico (franato nel 1703 e ricostruito qualche centinaio di metri più a valle) si può ammirare (abbastanza integra) l’iniziale arcata del lato sinistro e, sulla sponda destra, la falesia (di massima delle dimensioni di quella dipinta sul lato destro del quadro) in cui insistono ancora le vestigia sulle quali poggiava l’arcata finale opposta.

L’Associazione Culturale “La Rocca”, ha perfino calcolato, rifacendosi alle dimensioni dell’arcata residua, che il ponte romanico aveva effettivamente quattro arcate delle stesse misure e caratteristiche.

Sempre dal poggio di Caianello Leonardo ha senz’altro avuto agio d’osservare il panorama che caratterizza i dintorni di Laterina:

Questo panorama si distingue (e si distingueva ancor di più nei tempi qui presi in esame) per la numerosa presenza delle “balze” (o piramidi di terra), le quali altro non sono che formazioni argillose frutto di erosioni continue risalenti al lago pliocenico che interessò tutto il Valdarno Superiore circa cinquecento anni addietro.
Le “balze”, perché no (da non confondersi con i ”calanchi” o le “biancane”, tipiche della Val d’Orcia)!

Altre opere di Leonardo, come la “Vergine delle Rocce”, sono caratterizzate dalla presenza di “balze”, dimostrando un “innamoramento” specifico del genio vinciano nei riguardi di questo singolare (e di certo spettacolare) tipo di paesaggio-panorama. E dove Leonardo poteva aver osservato le “balze”? Non certo nell’area di Ponte a Buriano (perché priva di una tale, spiccata morfologia orografica), mentre (sempre volendo) poteva aver goduto dello spettacolo delle “piramidi di terra” dal poggio di Caianello, antistante, non sarà male ripeterlo, dalla collina su cui insiste il paese di Laterina.

Ma Leonardo, prima o dopo, avrà lasciato il poggio di Caianello; e dovendo ricongiungersi alla Cassia Vetus per portarsi in Firenze, ha necessariamente attraversato il romanico Ponte di Valle in località il Romito.
Superato il ponte lungo il diverticolo s’incontrava un bivio. Questo bivio conduceva in due precise direzioni: una di queste continuava il tracciato del diverticolo stesso (fino ad immettersi nella Cassia Vetus); nell’altra direzione si poteva invece raggiungere il paese di Laterina.

La presenza di questa seconda strada che collegava il diverticolo nei pressi del ponte di Valle con il paese di Laterina è confermata dagli statuti Comunali del paese degli anni 1482 e 1497. La strada aveva un tracciato per così dire “sopraelevato”, nel senso che non poteva materialmente attraversare la piana di Laterina, giacché detta depressione si presentava all’epoca come una landa paludosa e soggetta ai continui straripamenti del fiume Arno. La strada percorreva i crinali che dalla località Romito via via conducevano al poggio di Stefanelli e da questo alla collina dove sorgeva il paese; un attento esame permette ancora ai nostri giorni di rilevare qualche inconfondibile vestigia di questo percorso.

La strada passava poco sotto le mura castellane di Laterina, per continuare in direzione di Monsoglio e ricongiungersi con la Cassia Vetus dalle parti di Castiglion Fibocchi e/o zona di Rondine.

Ma perché Leonardo avrebbe dovuto percorrere questa sorta di “bretella” (circa 800 metri o poco più) che dalla zona del Romito (o ponte di Valle, che è lo stesso) collegava il diverticolo al paese di Laterina? Ebbene, negli anni in questione era Proposto in Laterina nientemeno che il fratello sacerdote del Gonfaloniere fiorentino Pier Soderini. Si trattava di percorrere poche centinaia di metri in più, e dal momento che i Soderini erano amici di famiglia di Leonardo, appare lecito immaginare che il genio di Vinci abbia deciso di rendergli visita e magari rimanere per qualche giorno ospite della canonica di una delle più importanti (e ricche) Propositure dell’aretino. Il castello di Laterina era stato ceduto da Arezzo a Firenze già dal 1384.

Lungo la strada che portava a Laterina, ad una altezza di circa 200 mt. rispetto alla sottostante e paludosa piana (bonificata a partire dal 1757 da Giovanni Ginori), Leonardo ha potuto osservare il panorama che fa, in modo sfacciatamente fedele, da sfondo al lato sinistro della “Gioconda”. Il punto d’osservazione poteva essere grossomodo situato nelle vicinanze del traverso della torre di Campàvena o torre Fiorentina oppure (oggi) torre Guinigia. Da questa posizione è possibile osservare l’esatto sfondo del lato sinistro del quadro (fianco destro di Monna Lisa): si tratta della strada sterrata che ancora ai nostri tempi conduce dalla fattoria di Rimaggio alla chiesa di S. Maria di Valle, chiesa già eretta nel XII secolo e oggetto di particolare venerazione da parte dalle popolazioni delle comunità religiose limitrofe.

Inoltre da questo luogo d’osservazione il maestro poteva altresì ammirare il paesaggio che appariva (e appare) in direzione nord-nord/est rispetto alla collina laterinese. Da qui si parava davanti il vasto, suggestivo susseguirsi delle ”balze” che contornano e caratterizzano (e agli inizi del secolo XVI ancor più caratterizzavano) il contado laterinese.
Osservando, per esempio, la Madonna del Garofano, si potrebbe credere (pur se l’opera è anteriore al 1502/03) che Leonardo si sia ispirato anche in tale dipinto alla orografia della zona di Laterina o, in senso più lato, a quella di gran parte del Valdarno Superiore.


CONCLUSIONI

Il paesaggio che fa da sfondo al quadro che ritrae Monna Lisa non può essere quello che negli ultimi decenni si è man mano tacitamente accreditato (in una sorta di “silenzio assenso”) nell’immaginario collettivo.
Circa le diverse, svariate ipotesi avanzate (su tutte spicca la topica del lago d’Iseo) che il ponte ritratto sul lato destro del quadro sia il ponte romanico della località aretina di Ponte a Buriano e che le anse giallastre sul lato sinistro della “Gioconda” altro non sarebbero che la foce (o la parte terminale) di quello che oggi è il canale artificiale della Chiana (canale del tutto inesistente nel 1502), crediamo di averne dimostrato l’assoluta, possibile infondatezza.


Per contro il paesaggio che Leonardo può aver osservato sia dalla località Caianello come dal crinale della collina laterinese sono (chiunque può constatarlo “de visu”) rispettivamente:

1) il ponte romanico di Valle (in località il Romito) a quattro arcate a basso sesto e che ha inizio da e verso una falesia e che veniva percorso dal diverticolo che da Arezzo (o Val di Chiana) conduceva, via Val d’Ambra, dalle parti di Firenze;

2) la strada che dalla località di Rimaggio porta (e portava, fatti salvi marginali varianti di percorso che sono intervenuti nei secoli trascorsi) al venerato luogo di culto della chiesa di S. Maria in Valle.

Da questi luoghi il Maestro può essersi fissato nella mente il paesaggio, oppure aver riprodotto in loco “schizzi” del paesaggio ritenuto nel suo insieme l’ideale per completare il suo famosissimo quadro, peraltro già in avanzata elaborazione negli anni presi in esame. Niente vieta che, stante la genialità dell’autore, il paesaggio della “Gioconda” possa addirittura essere un mero frutto dell’enorme creatività e fertile fantasia dell’autore. E su questo punto possono valere i contenuti della premessa iniziale.

L’Associazione Culturale “La Rocca” e chi con la stessa ha il piacere di condividerne le finalità, nel sottolineare che tutto quanto esposto può essere ulteriormente argomentato e confrontato con altre razionali ipotesi e/o eventuali documenti storici che qui non sono stati presi in esame per mancanza di conoscenza e/o reale loro esistenza, in attesa di ciò, ritiene di non essere lontano dalla verità nel sostenere (con la forza di argomenti temporali, storici, paesaggistici e d’altro genere) che il paesaggio il quale Leonardo da Vinci ha scelto e giudicato meritevole di fare da degna cornice alla Monna Lisa è (o può seriamente essere):

1) quello del ponte romanico di Valle a quattro arcate a basso sesto (lato destro);

2) la strada che dalla collina di Rimaggio porta alla chiesa di S.Maria in Valle (lato sinistro).

Chiunque può verificare quanto sopra affermato.

L’Associazione “La Rocca” però rivendica la paternità di tale indagine e il merito di aver fatto luce (se luce effettiva, come speriamo, sarà) sul controverso argomento, e non sempre trattato con il rigore che crediamo si meriti il quadro più ammirato del mondo, del paesaggio che degnamente contorna l’eterno, enigmatico sorriso di Monna Lisa (chiunque essa sia).

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